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BANKSY | La street art

4 min

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È uno dei maggiori esponenti della street art. Si sa di lui che è cresciuto a Bristol ma la sua vera identità è tenuta nascosta. L’anonimato è una misura precauzionale, ma è anche un modo intelligente per costruirsi un personaggio e conferirgli la giusta allure. Le sue opere sono spesso a sfondo satirico e riguardano argomenti come la politica, la cultura e l’etica. La tecnica che preferisce per i suoi lavori di guerrilla art è da sempre lo stencil, che proprio con Banksy è arrivato a riscuotere un successo sempre maggiore presso street artists di tutto il mondo. I suoi stencil hanno cominciato ad apparire proprio a Bristol, poi a Londra, in particolare nelle zone a nordest, e a seguire nelle maggiori capitali europee, notevolmente non solo sui muri delle strade, ma anche nei posti più impensati come le gabbie dello zoo di Barcellona.

Ad ogni immagine, rigorosamente di stampo ironico (quindi che cela la tragedia nella comicità), combina uno slogan con messaggi anti-guerra, anti-capitalismo, anti-consumismo, anti-istituzione, pro-libertà e pro-pace. I soggetti sono animali come scimmie e ratti, ma anche poliziotti, soldati, bambini e anziani. Fa anche adesivi e sculture, come la famosa “cabina telefonica assassinata”.

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Ha sparso Londra con stencil di topi, i famosi “rat”: curiosamente anagrammando questa parola si ottiene “art”. Per sua stessa ammissione, si tratta di una coincidenza. Il soggetto dei topi è stato scelto in quanto odiati, cacciati e perseguitati, eppure capaci di mettere in ginocchio intere civiltà. “Se sei piccolo, insignificante e poco amato allora i topi sono il modello da seguire definitivo con un cetriolo”.

Uno dei suoi più famosi murales, quello con gli attori di Pulp Fiction che stringono banane anziché pistole, è stato recentemente rimosso: il suo valore stimato si aggirava intorno ai 400 000 euro.

Banksy ha anche esposto nei più noti musei del mondo, sebbene… illegalmente. Ha infatti realizzato numerosi quadri che fanno il verso a molti noti capolavori della storia dell’arte: i girasoli di Van Gogh sfioriti, lo stagno di ninfee di Monet trasformato in discarica abusiva, ritratti di dame o condottieri settecenteschi con maschere antigas o armati di bombolette spray, wahroliane lattine di Campbell Soup trasformate in zuppe da discount… Queste opere sono state poi affisse, con dello scotch biadesivo e con tanto di cartellino graficamente perfetto, sulle pareti dei musei che conservano gli originali, approfittando della distrazione dei guardiani. Alcuni di questi lavori sono stati tolti dopo alcune ore; altri sono rimasti alcuni giorni; altri ancora, per lungimiranza dei curatori, sono entrati perfino a far parte della collezione permanente, come un frammento di graffito “primitivo”, ritraente un cacciatore di bisonti armato di frecce e… carrello della spesa, esposto al British Museum.

Ovviamente l’azione ludica e dissacratoria del bad boy mascherato svela un chiaro atteggiamento critico nei confronti dell’istituzione museale, simbolo del sistema socio-economico che vuole l’opera uno status symbol per pochi privilegiati danarosi.

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Un suo famoso show si è svolto a Los Angeles nel 2006 dentro un magazzino abbandonato. La location è rimasta segreta fino al giorno dell’opening, mentre il clamore intorno al misterioso evento esplodeva su web e giornali. Inutile dire che si è trattato di una delle inaugurazioni più mondane e pubblicizzate dell’anno. Protagonista dell’evento era un elefante dipinto di rosa e oro, precipitato in una impeccabile scenografia d’interno borghese. Sparsi qua e là, tra mobili e suppellettili, i quadri e i graffiti di Banksy mischiavano gioco, scandalo e forti tematiche sociali. C’è un’espressione inglese, “the pink elephant in the room”, che sta ad indicare il classico problema macroscopico che si finge, paradossalmente, di non vedere. Ed ecco, la metafora inverarsi nell’animale in carne ed ossa, goffo e straniato dentro il lussuoso appartamento.

La sigla della puntata dei Simpson andata in onda il 10 ottobre 2010 porta la sua firma.[4] L’artista ha disegnato lo storyboard e diretto la sequenza che segue la celebre “gag del divano”: lavoratori asiatici, tra cui anche bambini e specie animali protette, producono in condizioni disumane i fotogrammi del cartone animato e il suo merchandising. La sequenza mostra provocatoriamente immagini di sfruttamento della manodopera minorile e violenza sugli animali (l’imbottitura delle bambole raffiguranti Bart Simpson è infatti ricavata dalla triturazione di gatti) e si conclude con il celebre stabile della Fox (quello che appare all’inizio di ogni film) trasformato in carcere di massima sicurezza.

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Presentato nel 2010 al Festival di Berlino e al Sundance Film Festival, il documentario Exit Through the Gift Shop di Banksy ha ricevuto recensioni estremamente positive e ottenuto molti riconoscimenti dalle associazioni di critici cinematografici statunitensi. E’ stato definito un “disaster movie” e rispecchia lo spirito del suo autore: umoristico fino a diventare sarcastico. La storia e, soprattutto, l’incredibile quantità di preziosi materiali filmati, fanno emergere un poco alla volta la posizione militante del celebre street artist inglese sul concetto di arte contemporanea e di democratizzazione della stessa. Candidato agli Oscar 2011 come miglior documentario, sarà prima distribuito al cinema e poi in Home Video nella collana Feltrinelli Real Cinema. Ecco il trailer:

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CREDITS

Banksy

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Articolo a cura di: Del Re Valerio
Dott. in Comunicazione e Pubblicità per le Organizzazioni. Sono l'ideatore del blog Robadagrafici.com e mi occupo di comunicazione visiva, grafica e web, per le aziende.

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